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RASSEGNA STAMPA

Salvare il pianeta con imprese più sostenibili

di Alessandro Fusellato - Amministratore delgato di Grant Thornton Consultants

Si è da poco conclusa la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021 (COP26), tenutasi a Glasgow sotto la presidenza britannica, in tandem con l'Italia, e anticipata dalla Pre-COP26 di Milano di fine settembre, con lo scopo di vincolare i paesi coinvolti ad obiettivi di riduzione del surriscaldamento globale in relazione a quelli dell'Accordo di Parigi 2015 e dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Nel documento conclusivo del Pre-COP26, il Presidente della Conferenza Alok Shama e il ministro Cingolani hanno individuato, tra i punti e principi per Glasgow: maggiore impegno per mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 °C, aumentare i contributi NDCs, un fondo da $100mld per paesi in via di sviluppo, il rulebook per l'Accordo di Parigi, disincentivi per gli investimenti per i combustibili fossili. Il raggiungimento di obiettivi così importanti non può prescindere da una serie di interventi mirati da parte dei vari legislatori che sono chiamati a varare norme regolatorie per tutti i settori economici. Soprattutto la finanza, già da qualche anno, è stata al centro di una crescente attività normativa da parte delle istituzioni UE visto il ruolo considerato chiave per un finanziamento di una crescita sostenibile a ridotto impatto ambientale: il Regolamento UE 2019/2088, il 2020/852 (Taxonomy), gli aggiornamenti alla Direttiva 2014/65 (MIFID II) e la Direttiva 2021/1270 (UCITS). Come noto, il Regolamento 2088 inserisce norme armonizzate riguardo la trasparenza per i partecipanti a mercati finanziari e per i consulenti finanziari obbligati alla pubblicazione di informazioni dettagliate circa le politiche di integrazione dei rischi ESG nei processi decisionali, le politiche di remunerazione e la loro coerenza con l'integrazione dei rischi di cui sopra; si introduce poi l'obbligo di trasparenza nelle informative pre-contrattuali relativamente ai rischi ESG di un investimento e di come questi possano impattare sul rendimento e la promozione delle caratteristiche ambientali/sociali dello stesso. La Taxonomy ha ripercussioni non solo in ambito finanziario e fissa i criteri che determinano se una attività è sostenibile o meno, aspetto rilevante anche ai fini di accesso a fondi UE (Next GEN, BEI, ecc.) o nazionali (PNRR). Gli obiettivi fissati dalla Taxonomy per determinare il grado di sostenibilità di un'azienda sono: mitigazione degli impatti legati al climate change, adattamento al climate change, uso sostenibile e protezione della risorsa idrica, transizione verso un modello di economia circolare, prevenzione/riduzione dell'inquinamento e protezione della biodiversità. In risposta a questa intensa attività normativa, si deve sottolineare la crescente proposta di prodotti di investimento ESG come evidenziato da uno studio di Grant Thornton UK, tra i quali i cd. sustainable bond e green bond. Questi bond, identici a livello concettuale dai bond tradizionali, si contraddistinguono per la correlazione con KPI sostenibili che ne determinano il rendimento. Prodotti finanziari di questo tipo sono oramai diffusi in tutti i mercati, emessi sia da società di capitali (ad es. 2017, Enel €3.5mld) o banche centrali (2020, BTP Green €8.5mld), con un trend in costante crescita: nel triennio 2019-2021 il valore dei sustainable bond emessi è passato da $500mld a $1.3mld. Quello della finanza green non deve però ritenersi un mercato esclusivo di grandi gruppi e aziende quotate, ma è anzi sempre più una realtà concreta anche per il mid-market; un esempio è l'Hydrobond Viveracqua 2020, terza emissione per un valore complessivo di €248m, emesso per il finanziamento dei piani di investimento delle società che gestiscono il Servizio Idrico Integrato del Veneto.