La guerra in Iran sta incrinando la fiducia delle medie imprese globali: nel primo trimestre del 2026, solo il 68% dei top manager si dichiara ottimista sulle prospettive economiche del proprio Paese, un deciso calo di 6 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. 

 

 

I business leader esprimono preoccupazione per l’impatto del conflitto sui tempi di consegna e sui costi di spedizione: la quota di chi prevede un aumento di questi costi è salita di cinque punti, arrivando al 47%. Si registra inoltre un aumento di tre punti nelle preoccupazioni per la carenza di ordini dovuta alla contrazione della domanda, che raggiungono il 48%.

51%
degli imprenditori
considera le perturbazioni geopolitiche un ostacolo
57%
degli intervistati
segnala preoccupazione per l'incertezza economica

Sebbene il conflitto continuerà chiaramente ad avere un impatto – soprattutto se il traffico nello Stretto di Hormuz dovesse rimanere bloccato o limitato per un periodo prolungato – il mid-market può ormai fare affidamento su una considerevole esperienza nella gestione delle crisi geopolitiche. Dall’invasione russa dell’Ucraina ai vincoli imposti dal Covid, le imprese hanno acquisito una crescente capacità di adattamento e risposta. Ciò potrebbe spiegare perché le aspettative di redditività rimangano invariate, con il 64% dei manager che prevede ancora un miglioramento.

La maggior parte dei business leader sembra sperare in un conflitto breve che possa essere assorbito senza eccessive ripercussioni: la quota di chi prevede di aumentare i prezzi di vendita per contrastare le pressioni inflazionistiche cresce di soli due punti, raggiungendo il 51%.

Questa prospettiva si riflette anche nelle ambizioni internazionali delle imprese, con variazioni minime o nulle per chi prevede di aumentare le esportazioni (51%), i ricavi dai mercati esteri (46%) e la quota di dipendenti dedicati ai mercati non domestici (37%).

Il calo dell'ottimismo globale riflette l'impatto concreto che l'instabilità geopolitica ha sulle imprese. Tuttavia, la tenuta delle aspettative di redditività e la continuità degli investimenti in tecnologia, persone e innovazione sono segnali importanti: il mid-market ha imparato dagli ultimi anni a gestire le crisi senza perdere la prospettiva di lungo periodo. La variabile decisiva resta la durata del conflitto: un'incertezza prolungata può pesare anche sulla resilienza più consolidata. In questo contesto, i dati italiani del primo trimestre mostrano un ottimismo stabile, intenzioni di assunzione in crescita e molto sopra alla media europea, e una sostenuta propensione agli investimenti: elementi che, nel complesso, descrivono medie imprese solide e orientate alla crescita.
Giampiero De Angelis Audit - Presidente e Managing Partner

I dati italiani

Secondo l’IBR Q1 2026, l’ottimismo delle medie imprese italiane si attesta al 59%, in linea con i livelli del trimestre precedente e con la media dell’Unione Europea (57%). Le aspettative di crescita del fatturato sono al 56% e quelle di redditività al 52%, mentre le intenzioni di assunzione salgono al 50% (+4 punti rispetto al trimestre precedente), nettamente al di sopra della media UE (43%). 

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Tra i principali vincoli segnalati dai manager figurano l’eccesso di regolamentazione e burocrazia (56%), i costi del lavoro (52%) e i costi energetici (52%); le perturbazioni geopolitiche sono indicate come vincolo dal 53% dei rispondenti italiani, mentre le preoccupazioni per l’incertezza economica scendono di nove punti, al 48%. 

Sul fronte dei prezzi, la quota di chi prevede di aumentare i listini sale di tredici punti, al 54%. Per quanto riguarda l’export, invece, i ricavi attesi dai mercati esteri registrano un calo di otto punti, al 38%. Infine, il 56% delle imprese prevede di investire in tecnologia, il 52% in R&D e il 51% in formazione e sviluppo del personale.